TRACCIA N.8 (PENALE)

Livello difficoltà    ★★★✩✩

Infligge delle lesioni alla vittima compiacente che vuole frodare l’assicurazione.

Può usufruire della scriminante del consenso dell’avente diritto ex art. 50 c.p.?

Caio stipulava una polizza infortuni con l’assicurazione Alfa.

Il medesimo, al fine di frodare la predetta assicurazione ed ottenere la somma di denaro prevista dalla polizza, contattava l’amico Tizio per farsi infliggere delle lesioni.

Dunque, in cambio di una somma di denaro, Tizio, con una mazza di ferro, cagionava a Caio la frattura scomposta del malleolo e del perone.

In particolare, veniva diagnosticata a Caio un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un periodo superiore ai quaranta giorni, senza tuttavia, conseguenze invalidanti.

Le autorità competenti, dopo le opportune indagini, accusavano Tizio di aver commesso il reato di lesioni gravi ex artt. 582 e 583 n.1 c.p.

Dunque, il medesimo si reca dal proprio legale di fiducia, al fine di ricevere delucidazioni sulla questione.

Assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, si rediga parere motivato, verificando se, nel caso in esame, può sussistere la scriminante del consenso dell’avente diritto ex art. 50 c.p.

SOLUZIONE SOMMARIA

Nel caso in esame, Tizio con una mazza di ferro colpiva Caio alla caviglia, cagionando al medesimo la frattura scomposta del malleolo e del perone.

Dunque, appare evidente che il medesimo con la propria condotta abbia configurato il reato di lesione personale aggravato dall’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni.

Orbene, al di là dell’assenza di conseguenze invalidanti derivanti dalle lesioni ancorché gravi, si deve ritenere che il consenso prestato al preciso fine di commettere il delitto di cui all’articolo 642 c.p. (mutilazione fraudolenta della propria persona), non possa avere efficacia scriminante per contrarietà all’ordine pubblico interno e perché in violazione degli articoli 2 e 3 Cost..

Peraltro, si deve evidenziare che a norma dell’articolo 5 c.c. “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume“.

Invero, a seguito dell’approvazione della Carta Costituzionale, il tradizionale approccio normativo, che conduceva a fare del corpo un “oggetto di diritti”, in quanto attributo della persona ed espressione della personalità, è stato abbandonato a favore di una visione sociale e funzionale dell’essere umano, sulla base dei principi ricavabili dagli articoli 2, 3, 13 e 32 Cost..

Il punto di partenza di tale percorso è rappresentato, infatti, dalla parallela espansione del concetto di “salute”, che si differenzia dalla mera integrità fisica, e da quello di “libertà personale”.

Difatti, la salute dell’uomo, secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è una condizione di perfetto benessere fisico, mentale e sociale.

Si rende perciò necessaria una rilettura costituzionalmente orientata dell’articolo 5 c.c., che ha condotto la dottrina e la giurisprudenza a mettere in disparte quelle diminuzioni permanenti dell’integrità fisica finalizzate:

  1. al mantenimento o al ristoro della salute (mutamento di sesso);
  2. all’autodeterminazione procreativa (sterilizzazione);
  3. alla solidarietà disinteressata (donazioni di organi e tessuti), intesa quale benessere complessivo dell’individuo.

In definitiva, assume particolare rilievo la funzione sociale e (economicamente) disinteressata dalla menomazione fisica che costituisce la ragione giustificatrice della libertà dispositiva in una visione costituzionalmente orientata.

Tuttavia, riguardo all’ipotesi di auto-lesione, tali atti dovrebbero considerarsi illeciti quantomeno nel caso in cui vadano a ledere gli interessi di terzi estranei, come ad esempio accade nel caso di auto-lesione procuratasi per evitare il servizio militare o per frodare un’assicurazione contro gli infortuni.

In tale ottica, si deve evidenziare che “l’ordine pubblico” richiamato dall’articolo 5 c.c., rappresenta una clausola generale soggetta a continue evoluzioni e condizionamenti storici e quindi avente contenuto relativo.

Dunque, si deve concludere che devono essere posti dei limiti all’autonomia dei privati per il rispetto di diritti fondamentali dell’individuo e del consesso sociale.

Alla luce di quanto detto, l’articolo 5 c.c. diviene espressione del generale divieto dell’abuso del diritto, in ragione della funzione sociale dell’individuo e della necessità di tutelare i fondamentali diritti costituzionali della libertà personale e della salute.

Pertanto, la clausola dell’ordine pubblico, insieme a quella del buon costume, operano come ostacolo a quegli atti dispositivi che risultino inaccettabili dal punto di vista dei parametri costituzionali perché:

  • mercificano il corpo umano, mediante la promessa o la corresponsione di denaro per la menomazione fisica;
  • abusano del corpo umano per un fine di illecito vantaggio, essendo la menomazione finalizzata a compiere un atto illecito e fraudolento.

Così chiariti i limiti propri del diritto di libertà di disporre del proprio corpo ex articolo 5 c.c., non resta che escludere la rilevanza scriminante del consenso prestato ex articolo 50 c.p., da Caio alla grave lesione personale infertagli allo scopo di frodare l’assicurazione.

Difatti, in presenza di un divieto di legge, il consenso non ha capacità scriminante, né può l’agente essere ritenuto in errore circa l’efficacia del consenso eventualmente prestato dalla vittima perché gli era ben nota la complessiva illiceità del progetto fraudolento in cui tale consenso s’inseriva.

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