TRACCIA N.5 (PENALE)

Livello difficoltà    ★★★✩✩

Il funzionario dell’Agenzia delle Entrate richiede al contribuente la corresponsione di una somma di denaro, prospettando in caso di rifiuto, delle sanzioni sulla base di presunte irregolarità, di fatto inesistenti.

Quale reato configura con la sua condotta?

Tizio, funzionario presso l’Agenzia delle Entrate, sottoponeva a controlli l’esercizio commerciale di Caio.

Durante tali controlli, all’esercente veniva chiesta la corresponsione di una somma di denaro per evitare sanzioni.

In particolare, Tizio asseriva che vi fossero presunte irregolarità contabili e chiedeva a Caio una somma di denaro per non fare emergere tali irregolarità, prospettando, in caso di rifiuto, conseguenze economiche negative per il contribuente.

Tuttavia, si trattava di un mero stratagemma adottato da Tizio per ottenere del denaro. Invero, il medesimo non aveva riscontrato alcuna irregolarità.

Ciò posto, Caio, impaurito da tali dichiarazioni, sebbene fosse consapevole che la sua attività fosse in regola, decideva comunque di corrispondere a Tizio la somma di denaro richiesta per evitare qualunque tipo di problema.

Tuttavia, a seguito di accurate indagini, le autorità competenti accertavano la condotta illecita perpetrata da Tizio.

Assunte le vesti del legale di Tizio, il candidato rediga parere motivato analizzando la questione sottesa al caso in esame.

SOLUZIONE SOMMARIA

Nel caso in esame, occorre valutare se la condotta del funzionario dell’Agenzia delle Entrate che richiede al contribuente la corresponsione di una somma di denaro, con la minaccia di sanzioni in caso di presunte irregolarità, possa integrare il reato di:

  • concussione ex art.317 c.p.
  • ovvero il reato d’induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319 quater c.p..

Al fine di addivenire alla corretta risoluzione del parere, appare opportuno precisare che, dopo quasi sette anni dall’entrata in vigore della c.d. legge anticorruzione ( L. 6 novembre 2012, n. 190), la giurisprudenza della Corte di Cassazione continua ad essere impegnata nell’elaborazione della linea di discrimine tra i reati di cui agli artt. 317 e 319 quater c.p., conseguente allo “spacchettamento”‘ legislativo del previgente art. 317 cod. pen. nelle due fattispecie di concussione e d’induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319 quater cod. pen.).

Invero, si è registrato uno sforzo interpretativo volto a delineare i rapporti interni tra le fattispecie.

Difatti, sulla questione, dibattuta in giurisprudenza, si sono registrati 3 distinti orientamenti:

1)Secondo un primo filone giurisprudenziale, ciò che continua a distinguere la condotta induttiva (art. 319 quater cod. pen.) da quella costrittiva (art. 317 cod. pen.) è l’intensità della pressione prevaricatrice, non disgiunta dai conseguenti effetti che spiega sulla psiche del destinatario.

2)Un secondo orientamento sostiene, invece, che, la linea di discrimine tra le due ipotesi delittuose risiederebbe nell’oggetto della prospettazione: danno ingiusto e “contra ius” nella concussione; danno legittimo e “secundum ius” nella fattispecie dell’articolo 319 quater c.p.

3)Infine, un terzo indirizzo interpretativo, sostiene la necessità di fare leva su un ulteriore elemento discretivo che sia in grado di delineare una più netta linea di demarcazione tra i concetti di costrizione e di induzione.

Tale indice integrativo va colto nel tipo di vantaggio che il destinatario della pretesa indebita consegue nell’aderire alla stessa.

Al fine di dirimere tale contrasto giurisprudenziale sono intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 12228 del 2014 statuendo che:

  • l’abuso costrittivo ex art. 317 cod. pen. evoca una condotta di violenza e di minaccia con conseguente individuazione di un autore e di una vittima;
  • ai fini della configurazione del delitto di induzione indebita ex art. 319 quater cod. pen., concorrono un elemento negativo, l’assenza di violenza-minaccia da parte dell’intraneus, ed uno positivo, il conseguimento di un vantaggio indebito in capo all’extraneus. (Sez. U., n. 12228 del 24/10/2013, dep. 2014, Maldera).

Le Sezioni Unite, evidentemente consapevoli della difficoltà applicativa del criterio distintivo indicato ad una serie di situazioni non infrequenti, esplicitarono in motivazione la necessità di adattare e integrare il criterio generale in tutte quelle ipotesi caratterizzate dalla coesistenza, secondo differenti moduli di gradazione, del requisito del danno ingiusto e di quello del vantaggio indebito.

Inoltre, una parte della giurisprudenza, in senso simmetrico a quanto affermato dalle Sezioni Unite, ha affermato, che si deve verificare, caso per caso, se il vantaggio indebito annunciato abbia prevalso sull’aspetto intimidatorio, sino al punto da vanificarne l’efficacia, e se il privato si sia perciò convinto di scendere a patti, pur di assicurarsi, quale ragione principale e determinante della sua scelta, il lucroso contratto, lasciando così convergere il suo interesse con quello del soggetto pubblico.

Ove la verifica dia esito positivo, è evidente che deve privilegiarsi la logica interpretativa del comune coinvolgimento dei protagonisti nell’illecito di cui all’art. 319 quater c.p.

In caso contrario, la marginalizzazione del vantaggio indebito rispetto al danno ingiusto minacciato, che finisce col sovrastare il primo, deve fare propendere per l’abuso concessivo.

Ciò posto, nel caso in esame, appare chiaro che Caio, fermamente convinto della regolarità della propria attività, corrispondeva la somma di denaro richiesta da Tizio, al solo fine di evitare problemi con il fisco.

Dunque, Caio non traeva alcun beneficio nel pagamento della somma richiesta; al contrario, era soltanto vittima dell’attività illecita perpetrata da Tizio.

Alla luce di quanto esposto, si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha integrato il reato di concussione, atteso che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri ha, di fatto, costretto Caio a corrispondere una somma di denaro, minacciandolo altrimenti di sanzioni fiscali.

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