TRACCIA N.4 (PENALE)

Livello difficoltà    ★★★✩✩

Il datore di lavoro prospetta ai propri dipendenti il licenziamento laddove si rifiutino di restituire parte della retribuzione percepita.

Quale reato configura con la propria condotta?

Tizio, titolare e amministratore unico della società S.r.l. Beta, assumeva 10 dipendenti, al fine di soddisfare le esigenze strutturali della propria impresa.

Nei contratti stipulati, veniva precisato che sarebbe stata corrisposta mensilmente la somma di €1.500,00 ad ogni lavoratore, e che tale importo sarebbe stato versato tramite bonifico bancario sul conto corrente degli stessi.

Tuttavia, Tizio chiedeva ai propri dipendenti di restituirgli mensilmente, in contanti, la somma di €500,00.

In caso di rifiuto a tale richiesta, il medesimo prospettava agli stessi il licenziamento o il trasferimento in sedi disagiate.

Dunque, al fine evitare di perdere il lavoro, i dipendenti dell’Azienda Beta accettavano l’illegittima richiesta del datore di lavoro.

Inoltre, Tizio utilizzava le somme che venivano restituite dai dipendenti per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in favore dei venditori della società Beta, reimmettendole, quindi, nel circuito aziendale, con un’azione elusiva dell’identificazione della provenienza.

Le autorità competenti, a seguito di accurate indagini, accertavano le condotte illecite perpetrate da Tizio.

Dunque, il medesimo, al fine di essere reso edotto sulle conseguenze penali della propria condotta si reca da un legale.

Assunte le vesti dell’avvocato di Tizio si rediga parere motivato, analizzando le questioni sottese al caso in esame.

SOLUZIONE SOMMARIA

In primo luogo, occorre valutare se integra il reato di estorsione ex art. 629 c.p. la condotta del datore di lavoro che costringe, con la minaccia del licenziamento, i propri dipendenti a restituire una parte della retribuzione corrisposta.

Al fine di addivenire ad una corretta risoluzione di tale quesito, appare opportuno evidenziare quanto statuito, sul punto, dalla giurisprudenza di legittimità.

In particolare, la Suprema Corte di Cassazione, ha in più circostanze affermato che integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, facendo sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate (Sez. 2, n. 11107 del 14/02/2017, Tessitore, Rv. 269905; n. 677 del 10/10/2014, Di Vincenzo, Rv. 261553).

Nel caso in esame i dipendenti di Tizio accettavano condizioni retributive non corrispondenti al lavoro svolto in ragione delle ricorrenti intimidazioni che prospettavano la perdita del posto di lavoro ovvero di trasferimenti in sedi disagiate.

Dunque, i medesimi erano costretti a rinunziare a parte del salario al solo fine di evitare il licenziamento e mantenere il proprio posto di lavoro.

L’ingiustizia del profitto in tale condotta è “in re ipsa” ed è riferita alle prestazioni non corrisposte, che si traducono anche nella ingiustizia del licenziamento, pervaso da un disvalore giuridico-penale che proviene dalla sua ingiusta causa.

Difatti, integra la minaccia costitutiva del delitto di estorsione la prospettazione, da parte del datore di lavoro, ai dipendenti, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro per il caso in cui non accettino un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga.

Orbene, individuato ed analizzato il primo reato commesso da Tizio, appare opportuno procedere alla disamina del secondo quesito posto dalla traccia.

In particolare, occorre verificare se si possa configurare, altresì, il reato di autoriciclaggio ex art. 648 ter-1 c.p., atteso che Tizio con la propria condotta ha proceduto al reimpiego nel circuito aziendale delle somme illecitamente ottenute dai dipendenti.

Al riguardo, si deve rilevare che la norma di cui all’articolo 648 ter-1 c.p. punisce le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”.

Ai fini dell’integrazione dell’illecito è, pertanto, necessario che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto.

Dunque, rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il “quid pluris” che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall’occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante.

Nel caso in esame, Tizio veniva in possesso di rilevanti somme di denaro attraverso le condotte estorsive.

Dette somme venivano utilizzate per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in favore dei venditori della società.

In tal modo, fondi illeciti venivano reimmessi nel circuito aziendale, con un’azione elusiva dell’identificazione della provenienza illegale della provvista.

Alla luce delle superiori argomentazioni, si deve concludere che Tizio con la propria condotta abbia integrato il reato di estorsione continuata per aver costretto, con la minaccia del licenziamento, una molteplicità di lavoratori dipendenti ad accettare retribuzioni inferiori a quelle risultanti dalle buste paga.

Peraltro, in capo al medesimo si configura, altresì, il reato di autoriciclaggio continuato in quanto ha reimmesso il denaro estorto ai lavoratori nel circuito aziendale, pagando le provvigioni ai venditori della società.

Inoltre, ai fini di una completa analisi del caso in esame vi è da rilevare che, in capo alla società Beta, si configura l’illecito amministrativo, dipendente dal delitto di autoriciclaggio previsto dal Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 25 octies, per l’avvenuto impiego nell’attività imprenditoriale del danaro proveniente dal delitto di estorsione continuata in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delle somme.

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