TRACCIA N.15 (PENALE)

Livello difficoltà    ★★★★✩

Cancelliere richiede agli avvocati un numero di marche da bollo superiore rispetto al dovuto e le rivende.

Quali reati configura con la sua condotta?

Tizio, cancelliere presso il Tribunale di Milano, giornalmente svolgeva numerosi atti concernenti l’ufficio al quale era preposto.

Inoltre, il medesimo, al fine di ottenere un maggior guadagno, chiedeva agli avvocati un numero superiore di marche da bollo rispetto a quelle dovute.

Nella giornata di sabato, peraltro, Tizio rivendeva le marche che aveva reperito nell’arco di ogni settimana.

Tale attività veniva perpetrata per diversi anni, sino a quando, a seguito di denunce anonime, le autorità competenti accertavano le condotte perpetrate da Tizio.

Il candidato, assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, individui le ipotesi di reato configurabili a carico del suo assistito.

SOLUZIONE SOMMARIA

Nel caso di specie, Tizio, cancelliere presso il Tribunale di Milano, chiedeva agli avvocati che si recavano presso il suo ufficio per lo svolgimento di adempimenti burocratici, un numero di marche da bollo in misura superiore rispetto al dovuto.

In particolare, il medesimo utilizzava i soli valori bollati realmente necessari e si appropriava di quelli in eccesso, rivendendoli.

Dunque, Tizio, per diversi anni, ha posto in essere due diverse condotte:

1- chiedeva ed otteneva un numero di marche da bollo superiore rispetto al dovuto;

2- vendeva i valori bollati fraudolentemente ottenuti.

In riferimento alla prima condotta appare evidente che il medesimo abbia configurato il reato di truffa aggravata per aver ingenerato negli avvocati l’erroneo convincimento di dover eseguire un ordine dell’Autorità ai sensi dell’art. 640 co2 n.2 c.p.

Difatti, tramite artifizi o raggiri, induceva in errore gli avvocati che si recavano presso la sua cancelleria.

Peraltro, ingenerava negli stessi l’erroneo convincimento di dover eseguire un ordine dell’Autorità e di dover fornire un numero di marche da bollo superiore rispetto al dovuto.

Ciò posto, ai fini di una compiuta analisi del caso in esame, occorre, altresì, verificare se la vendita di marche da bollo fraudolentemente ottenute, possa configurare il reato di autoriciclaggio ex art. 648 ter1 c.p..

Invero, l’art. 648 ter1 c.p. punisce quelle attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa“.

Il legislatore richiede, pertanto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria.

In sostanza, deve essere idonea a far ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo, finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto (Sez. 2, n. 33074 del 14/07/2016, Rv. 267459).

Per contro, il detto reato non appare configurabile quando l’autore del delitto si limiti a goderne il profitto.

La norma sull’autoriciclaggio, infatti, nasce dalla necessità di evitare le operazioni di sostituzione ad opera dell’autore del delitto presupposto.

Tuttavia, il legislatore ha limitato la rilevanza penale delle condotte ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita.

Tali condotte devono essere finalizzate ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio, che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile) (Sez. 2, n. 33074 del 14/07/2016, cit.).

Orbene, chiariti i confini normativi del reato di autoriciclaggio, si può addivenire alla corretta risoluzione del caso in esame.

Va, anzitutto, evidenziato che il profitto del reato di truffa è stato acquisito dall’autore del reato già con l’apprensione del bene.

Dunque, la reimmissione nel mercato dei valori bollati fraudolentemente ottenuti integra necessariamente un quid pluris rispetto al reato presupposto, già consumato.

Peraltro, la dissimulazione della provenienza dei beni costituisce l’ulteriore disvalore – rispetto al reato presupposto – della condotta di reimmissione nel mercato degli stessi.

Alla luce di quanto esposto si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha configurato il reato di truffa aggravata ai sensi dell’art.640 co2 n.2 in quanto ha indotto in errore gli avvocati che si recavano presso la cancelleria ove prestava servizio, procurando a sé un ingiusto profitto con altrui danno.

Inoltre, ha integrato il reato di autoriciclaggio ex art. 648 ter1 c.p. atteso che ha reimmesso nel mercato dei valori bollati fraudolentemente ottenuti integrando un quid pluris rispetto al reato presupposto, già consumato.

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