TRACCIA N. 15 (CIVILE)

Livello difficoltà    ★★★★✩

Vittima di un incidente stradale, rimane lucido e vigile nel lasso temporale intercorrente tra la grave lesione e l’evento morte.

Gli eredi possono ottenere il risarcimento del danno tanatologico?

*Si rammenta che per danno tanatologico si intende il danno conseguente alla sofferenza patita dal defunto prima di morire a causa delle lesioni fisiche derivanti da un’azione illecita compiuta da terzi*

Tizio, medico di professione ed appassionato di ciclismo, era sposato con Sempronia da diversi anni.

Il medesimo, mentre si recava a lavoro con la propria bicicletta, veniva investito violentemente da Mevio che guidava la propria autovettura a velocità sostenuta.

Dunque, si recava sul posto l’ambulanza che portava immediatamente Tizio al pronto soccorso.

Il medesimo rispondeva in maniera lucida alle domande dei sanitari e spiegava in maniera precisa la dinamica del sinistro.

Tuttavia, trascorse 2 ore dal verificarsi dell’incidente, Tizio decedeva.

Sempronia, quindi, chiedeva un risarcimento del danno sia a Mevio che all’assicurazione di quest’ultimo, la società Alfa.

Dunque, l’assicurazione Alfa corrispondeva a Sempronia una somma comprensiva del danno non patrimoniale, non considerando, tuttavia, il cd. danno tanatologico.

Orbene, Sempronia si reca dal proprio avvocato di fiducia al fine di essere resa edotta in ordine alla possibilità di richiedere a Mevio ed all’assicurazione Alfa il risarcimento per il cd. danno tanatologico.

La medesima precisava, inoltre, al legale che la responsabilità del sinistro era addebitabile esclusivamente alla guida imprudente di Mevio.

Assunte le vesti del legale di Sempronia, il candidato rediga parere motivato, analizzando la questione sottesa al caso in esame.

SOLUZIONE SOMMARIA

Ai fini di una compiuta disamina del caso in esame, occorre valutare se gli eredi del de cuius possano ottenere il risarcimento del danno tanatologico, e quindi, del danno conseguente alla sofferenza patita dal defunto prima di morire a causa delle lesioni fisiche derivanti da un’azione illecita compiuta da terzi.

In particolare, si deve verificare se si configura il danno tanatologico nel caso in cui siano intercorse solamente 2 ore tra il momento dell’incidente ed il decesso, periodo durante il quale il defunto è rimasto lucido nonché in grado di percepire la terribile situazione.

Al fine di addivenire ad una corretta risoluzione del caso de quo, appare opportuno, in primo luogo, evidenziare quanto statuito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione pronunciatesi con la sentenza n. 15350 del 2015.

Con tale intervento, la Suprema Corte ha precisato che se la morte è immediata o segue alle lesioni “entro brevissimo tempo” non sussiste diritto al risarcimento del danno tanatologico o jure hereditatis.

Dunque, accanto all’irrisarcibilità della perdita del bene “vita” come morte immediata, viene accolta l’irrisarcibilità per quando la morte avviene “dopo brevissimo tempo dalle lesioni”, e ciò per “mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Tuttavia, l’intervento nomofilattico non fornisce una completa individuazione del parametro che rende concretamente irrilevante il pur esistente danno-conseguenza, ovvero quel che significa “spazio di vita brevissima”.

Successivamente all’intervento delle Sezioni Unite la giurisprudenza di legittimità ha individuato ulteriori parametri per verificare se possa sussistere il cd. danno tanatologico.

Orbene, secondo un recente indirizzo giurisprudenziale, se nel tempo che si dispiega tra la lesione e il decesso la persona non è in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, il danno non patrimoniale sussistente è riconducibile soltanto alla specie biologica.

Per contro, se la persona si trova in una condizione di lucidità agonica, si aggiunge, sostanzialmente quale ineludibile accessorio della devastazione biologica stricto sensu, un peculiare danno morale che ben può definirsi danno morale terminale (Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza 23 ottobre 2018 n. 26727).

Dunque, nella fattispecie in cui la persona sia rimasta manifestamente lucida nello spatium temporis tra la lesione e la morte, non si vede sulla base di quale fondamento possa negarsi, senza violare pure il diritto alla dignità della persona umana (articolo 2 Cost.), la risarcibilità del danno non patrimoniale, che sussiste allora ineludibilmente sia sotto il profilo stricto sensu biologico sia sotto il profilo psicologico “morale”.

Non è, infatti, giammai sostenibile che la sofferenza umana possa essere un elemento giuridicamente irrilevante, vale a dire che l’assenza di sofferenza umana sia un elemento privo di utilità.

A conferma della bontà di tale interpretazione, si può richiamare una recente pronuncia della Suprema Corte secondo cui:

In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte, ricorre il danno biologico terminale, cioè il danno biologico “stricto sensu” (ovvero danno al bene “salute”), al quale, nell’unitarietà del “genus” del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza “dell’exitus”, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso, la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale ed il decesso nel caso in cui la persona sia rimasta manifestamente lucida.

(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno, e, quindi, la conseguente trasmissibilità “iure hereditatis”, rappresentato dall’agonia, sia sotto il profilo strettamente biologico che sotto quello psicologico-morale, nonostante la lucidità del soggetto, peraltro medico, manifestata dalla descrizione da parte sua della dinamica del sinistro ai sanitari del pronto soccorso)” (Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza 23 ottobre 2018 n. 26727).

Orbene, nel caso in esame, la lucidità di Tizio si è manifestata in maniera inequivocabile.

Peraltro, si deve rilevare che lo spatium temporis emerge essere stato tutt’altro che quel “brevissimo tempo” cui si riferiscono le Sezioni Unite nell’intervento del 2015 per escluderne il rilievo ai fini risarcitori, trattandosi nel caso in esame di un lasso temporale di ore.

Ora, è evidente che, la circostanza che Tizio si trovasse al pronto soccorso dell’ospedale, dimostra che egli fosse in una situazione biologica di lesioni causatagli dal sinistro; elemento questo che già di per sé è incompatibile con la repentinità del decesso.

A riprova di ciò, vi è da rammentare l’ulteriore circostanza che Tizio rispondeva ai sanitari ricostruendo con “dichiarazioni” (e quindi neppure con meri segni corporei di assenso o di diniego) la dinamica dell’incidente.

Questo elemento non fa che confermare che egli era perfettamente lucido, e quindi percepiva la sua tremenda situazione tale da non poter non indurre quantomeno il forte timore della morte imminente e lo strazio per l’abbandono della moglie Sempronia.

E tutto ciò, poi, anche qualora si potesse prescindere dal fatto che, essendo egli medico, la sua consapevolezza della morte imminente non poteva non essere particolarmente intensa.

Alla luce di sin quanto esposto, si deve concludere che Sempronia potrà ottenere il risarcimento del danno tanatologico in quanto Tizio, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte, era lucido e percepiva la tremenda situazione in cui si trovava ed, in ragione della propria competenza medica, era in grado di comprendere l’imminenza dell’exitus.

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