TRACCIA N.10 (PENALE)

Livello difficoltà    ★★★✩✩

Il chiromante, dopo aver ingenerato nella vittima la convinzione dell’esistenza di un grave pericolo, si fa corrispondere €20mila per scongiurarlo con i propri rituali magici.

È responsabile penalmente?

Tizio, tramite pubbliche apparizioni televisive, utilizzava la fama acquisita nelle stesse per proporsi come mago e guaritore.

Dunque, veniva contattato da Caia, la quale manifestava interesse ad essere informata circa il proprio futuro e su quello del proprio compagno Sempronio.

Tizio le riferiva che Sempronio, era vittima di una fattura e che sarebbe morto in un incidente d’auto.

Inoltre, precisava che tale pericolo poteva essere scongiurato solo con i rituali magici da lui praticati e per i quali chiedeva la corresponsione di €20mila.

Pertanto, Caia, intimorita dalle possibili conseguenze per il suo compagno versava la somma richiesta.

Il candidato, assunte le vesti dell’avvocato di Tizio, individui le ipotesi di reato configurabili a carico del suo assistito.

SOLUZIONE SOMMARIA

Nel caso in esame, Tizio ha fatto credere a Caia che il proprio compagno Sempronio, era vittima di una fattura e che, senza il suo intervento di magia, sarebbe morto in un incidente d’auto.

Quindi, traendo in inganno Caia si faceva consegnare dalla predetta la somma complessiva di €20mila.

Occorre, dunque, valutare se Tizio con la propria condotta abbia configurato il reato di truffa ex art. 640 c.p. ovvero il reato di estorsione ex art. 629 c.p..

Al fine di addivenire ad una corretta risoluzione del caso in esame, appare opportuno evidenziare quanto statuito, sul punto, dalla giurisprudenza di legittimità.

In primo luogo si deve precisare che, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, il criterio distintivo tra il reato di truffa e quello di estorsione, va ravvisato essenzialmente nel diverso modo di atteggiarsi della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva del soggetto passivo.

In particolare, ricorre il reato di truffa se il male viene ventilato come possibile ed eventuale.

In tal modo, l’offeso non è coartato nella sua volontà, ma si determina alla prestazione costituente l’ingiusto profitto dell’agente perché tratto in errore dalla esposizione di un pericolo inesistente.

Invece, si configura il reato di estorsione se il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, onde l’offeso è posto nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato.

Ciò posto, il Supremo Consesso ha più volte ribadito che integra il reato di truffa aggravata (ex art. 640 c.1 n.2 c.p.)  il comportamento di colui che, sfruttando la fama di mago, chiromante, occultista o guaritore, ingeneri nelle persone offese la convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti su di esse o sui loro familiari e, facendo loro credere di poter scongiurare i prospettati pericoli con i rituali magici da lui praticati, le induca in errore, così procurandosi l’ingiusto profitto consistente nell’incameramento delle somme di denaro elargitegli con correlativo danno per le medesime (Cass. Pen. Sent. n. 49519 del 2019; n. 42445 del 2012).

Alla luce di quanto esposto, si deve concludere che Tizio con la propria condotta ha integrato il reato di truffa aggravata, in quanto ha sfruttato la fama di mago per ingenerare in Caia la convinzione della sussistenza di un grave pericolo per Sempronio.

Invero, in tal modo si è procurato un ingiusto profitto con altrui danno, facendo credere di poter preservare l’incolumità di Sempronio tramite esorcismi o pratiche magiche.

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